TAGLIATE GLI ALBERI ALTI

Nel 1994 in Africa si è perpetrato uno dei più feroci genocidi cui la razza umana si sia macchiata nel corso della sua storia evolutiva. 960mila persone, tra bambini, donne ed anziani sono stati sterminati a colpi di machete o mediante atti di violenza inaudita. Ai bambini venivano cavati gli occhi con i cucchiai, le bambine venivano stuprate e poi accoltellate o impallinate a colpi di K47. Stranamente di questo eccidio non si ricorda nessuno ogni anno, non vi è a livello mediatico alcuna giornata della memoria a ricordare tanta nefandezza ed atrocità. Forse perchè si è trattato di africani che hanno sterminato altri africani. Della serie, esistono genocidi di seria A e genocidi di serie inferiore. Sto parlando del genocidio avvenuto in Ruanda tra due etnie locali, gli Hutu ed i Tutsi, sostanzialmente i secondi erano i discendenti della selezione somatica che avevano effettuato i colonialisti belgi ad inizio del secolo: stando al principio di selezione, i Tutsi erano più belli, più alti e più aggraziati rispetto al resto della popolazione. A loro vennero assegnati possedimenti terrieri, compiti governativi e responsabilità di comando in tutto il paese. Quando i belgi abbandonarono il paese, di fatto crearono un’elite aristocratica che decideva le sorti della popolazione. Proprio come ogni elite, i Tutsi erano inferiori numericamente ai loro connazionali Hutu che rappresentavano invece l’90% della popolazione ruandese.

Con il tempo i primi diventarono sempre più ricchi, potenti e benestanti a dispetto degli Hutu che si trasformarono nella low class people, sostanzialmente una sorta di manovalanza sfruttata con mezzi limitati. I Tutsi con il tempo divennero per il resto della popolazione la rappresentazione di una classe politica corrotta e classista, che a loro volta si autososteneva a scapito degli Hutu. La storia da secoli ci insegna come finisce una nazione quando una piccola parte della popolazione diventa oltraggiosamente ricca ed impunita mentre la stragrande maggioranza viene schiacciata verso il basso a sopportare gli stenti della fame e le angherie dell’elite dominante. Finisce con il sangue. Ufficialmente si considera come data iniziale del genocidio ruandese il 6 Aprile 1994 quando misteriosamente l’areo del presidente Habyarimana viene abbattutto da un missile terra aria lanciato da non si sa chi ancora oggi. Lo stesso giorno iniziano le rappresaglie delle milizie paramilitari Hutu nei confronti dei connazionali di etnia Tutsi (nella carta di identità era riportata l’appartenenza a questa o quella etnia). Ruolo di rilievo per istigare la popolazione Hutu ad appoggiare le milizie ebbe una radio della capitale, RTLM (Radio Televisione Libera delle Mille Colline) che diede in codice una sorta di segnale di inizio delle ostilità.

Tagliate gli alberi alti. Questo era il segnale che alla radio veniva lanciato dallo speaker, Fratelli Hutu, è arrivato il momento di tagliare gli alberi alti. Tagliate gli alberi alti ! A livello pratico significava unirsi ai vari squadroni della morte, farsi consegnare un machete e procedere con il piano di sterminio, andando casa per casa, con l’elenco di chi era Hutu e chi era Tutsi. In cento giorni si stima che vennero trucidate barbaramente quasi un milione di persone, con una violenza mai vista prima, soprattutto in Africa. Allora il web non esisteva, tantomeno il tam-tam dei socials, al massimo vi era qualche giornale o qualche emittente anglosassone che aveva sul posto una troupe per documentare quanto si dicesse stesse accadendo. Il genocidio ruandese dimostra ancora una volta come la persona più cattiva al mondo è quella buona quando la fai arrabbiare. Ora noi siamo molto lontani dal Ruanda, sia geograficamente che storicamente. Nessuno può pensare che un evento di tale portata si possa riproporre ulteriormente in altre nazioni. Tuttavia vi invito a fare una riflessione su alcuni punti di analogia tra la situazione italiana e quella ruandese appena prima dell’esplosione del genocidio. Anche in Italia abbiamo i Tutsi, solo che si chiamano dipendenti statali ed esponenti politici di varia estrazione e rango, messi assieme fanno circa 5.5 milioni di persone, circa il 10% della popolazione italiana autotoctona, proprio come i Tutsi.

Proprio come questi ultimi anche loro godono di uno status elitario, quasi aristocratico, che li rende intoccabili, dominanti sugli altri e conservatori di privilegi e diritti acquisiti. Pensate solo alla tematiche e casistiche riguardanti le pensioni e le tutele del loro posto di lavoro. I Tutsi non erano miliardari che giravano in Aston Martin, non vivevano in ville principesche attorniati di body guard, semplicemente godevano di uno status sociale che garantiva loro dei vantaggi competitivi in termini economici che agli Hutu non erano concessi. Anche la parte della popolazione italiana sopra indicata è strutturata mediante gerarchie di comando e di classe cui non può accedere il resto della popolazione (pensate al processo di nomina del nuovo Presidente in Italia). Più che una sorta di etnia, a distanza di decenni gli storici oggi parlano di una sorta di casta. Ora quanto espresso sopra, per evitare di urtare la sensibilità di qualche conoscente o lettore, vuole essere più un contributo alla memoria delle vittime di quel genocidio che la televisione di oggi sembra aver dimenticato. Tuttavia voglio lasciarvi con questa riflessione: nel 1994 i Tutsi non vennero tutti sterminati, molti di loro scapparono dal paese molto prima che esplodessero i primi episodi di guerriglia civile, in quanto percependo l’esasperazione della popolazione Hutu optarono saggiamente per una fuga strategica dal paese. Proprio grazie a questo riuscirono a salvarsi.

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