Proprio un anno fa esplodeva la Bitcoinmania grazie ad un riverbero mediatico senza precedenti che alimentò la bolla finanziaria tanto da spingere la criptovaluta più famosa al mondo sulla soglia dei 20.000 dollari in poche settimane. Quello che è successo dopo lo abbiamo visto lentamente e progressivamente: non tanto prima la discesa e dopo il crollo delle quotazioni, quanto piuttosto le ridicole spiegazioni di tutti i patetici spazzasoldi dal losco passato che tentavano di denigrare chi allora allertava il pubblico retail sulla follia finanziaria che si stava perpetrando. Mese dopo mese le quotazioni del Bitcoin sono scese, trascinandosi dietro le quotazioni di tutte le altre altcoins. La capitalizzazione mondiale è velocemente capitolata in nove mesi dai 900 miliardi agli attuali 140 miliardi di dollari. In questi ultimi 15 giorni dopo l’hard fork sul Bitcoin Cash, la criptosfera è stata messa in ginocchio con contrazioni delle quotazioni nell’ordine del 10/15% al giorno. Proprio l’hard fork del Bitcoin Cash sembra essere stato il trigger event che ha aperto il vaso di Pandora. Parliamoci chiaro: la tecnologia che regge il Bitcoin e le altre principali altcoins al mondo è sempre la stessa, non vi sono state in tal senso notizie sostanzialmente rilevanti che hanno modificato il quadro mondiale per questo mondo virtuale parallelo a quello ordinario.
Anzi paradossalmente abbiamo avuto notizie decisamente confortanti per lo sviluppo futuro ed evoluzione di tutto il settore fin-tech: pensiamo alla approvazione di un primo framework normativo in Europa per voce del governo maltese che oggi regolamenta come primi al mondo i virtual financial asset, oppure le constatazioni che alcuni stati accetteranno il Bitcoin per il pagamento delle imposte oppure la articolata gestazione del processo di approvazione da parte della SEC (Securities & Exchange Commission) di un ETF a replica fisica entro i prossimi mesi. Per non parlare delle adozioni di altre blockchain di terza generazione come Ripple e Stellar da parte di multinazionali che operano sul settore dell’informatica e dei pagamenti istantanei. Pertanto che cosa è andato storto ? Cosa giustifica il recente collasso del Bitcoin ? Due sono le motivazioni considerate più attendibili dalle community dei traders e degli investitori istituzionali. La prima è la paura (ragionevole) che si possano in futuro verificare nuovi hard fork anche su altre criptomonete sino ad oggi rimaste indenni a tali shock endogeni come il Litecoin, Ethereum, Monero, Z-Cash e cosi via. Gli hard fork rappresentano una possibile perdita improvvisa non prevedibile ex-ante. Già il Bitcoin Cash infatti scaturiva da un hard fork del Bitcoin stesso avvenuto appena un anno fa.
Niente esclude a questo punto che le rivalità tra diverse fazioni in seno ai processi di sviluppo di una blockchain producano nel futuro ulteriori episodi analoghi. In tal senso bisognerebbe a mio avviso concentrarsi sulle blockchain che sino ad oggi hanno dimostrato di avere una governance compatta e credibile in termini di sostenibilità dello sviluppo futuro. Tanto per comprendere questo assunto considerate quali erano i proclami che venivano sbandierati proprio un anno fa sulle proiezioni del prezzo del Bitcoin: vi ricordate gli invasati che parlavano di 500.000 dollari per unità di conto ? Ebbene gli stessi oggi parlano di 25.000 dollari (forse) per la fine del prossimo anno. La seconda ragione ex-post il 15.11.2018 (data annunciata per l’hard fork) in grado di giustificare il recente sell-off è la faida attualmente in atto tra i grandi miners per il monopolio delle attività di mining che rappresenta il vero business sul Bitcoin. Ad esempio minare Bitcoin può essere profittevole sino a determinate quotazioni nella maggior parte dei casi: la variabile discriminante è infatti il costo dell’energia elettrica. Chi desidera creare un cartello o meglio monopolizzare il mercato del mining costruendosi una posizione dominante sul mercato non deve fare altro che indurre le quotazioni a collassare velocemente in poco tempo ed operare in perdita per una finestra temporale predefinita.
In questo modo obbliga tutti i miners inefficcienti ed improvvisati, entrati sul mercato negli ultimi mesi, ad abbandonare per sempre tale settore industriale. Il modus operandi è similare a quello delle multinazionali della GDO: aprono un grande punto vendita in una zona considerata strategica e mantengono i prezzi a livelli di sottocosto (rimettendoci) in modo da produrre una lenta moria di tutti i competitors presenti nella zona. Il Bitcoin, per quanto abbia come primo livello di guardia la soglia del 3.000 dollari per unità di conto, potrebbe in tal senso essere soggetto ad una prolungata fase di lateralità necessaria per stabilizzare il mercato, espellere i miners improvvisati dell’ultima ora e soprattutto dare tempo agli operatori istituzionali di entrare sul mercato lentamente ed in silenzio a condizioni di prezzo ritenute ragionevoli. In passato abbiamo già avuto contrazioni dell’ordine del 75/80% dall’ultimo nuovo massimo, le quali sono state recuperate nel giro di 2/3 anni ed hanno reso possibile il proiettarsi con propulsione in avanti al raggiungimento di nuovi massimi storici assoluti. Nonostante questo outlook, ritengo sia sensato concentrarsi solo sulle altcoins che non sono minabili, focalizzandosi in particolar modo su quelle che già oggi sono fruibili come alternative efficienti per i pagamenti al denaro tradizionale.